Ci pensi mai? Compri l’acqua: è in una bottiglia di plastica. Fai la spesa di frutta e verdura: è nei contenitori di plastica. Detersivi, detergenti corpo e capelli? Sono in flaconi di plastica. E poi… Packaging, imballaggi, bastoncini di cotone, cover di cellulari… Tutto di plastica! Eppure siamo talmente abituati a usare tutti questi oggetti che neanche ce ne accorgiamo.

Fotografia di: Daria Shevtsova

Inventata negli anni ’50, la plastica è tanto utile quanto dannosa, perché non è biodegradabile e rimane per anni e anni sul terreno e nel mare distruggendo l’ecosistema.

Apro il giornale e leggo. 

In un recente studio delle Università americane della Georgia e della California, pubblicato sulla rivista Science Advances, è emerso che in quasi 70 anni la terra è arrivata ad avere un sesto continente fatto totalmente di plastica, ben 8,3 miliardi di tonnellate di rifiuti non biodegradabili che galleggiano negli oceani. Aiutooooo! Ancora: è diventata tristemente famosa l’area nell’Oceano Pacifico, tra la California e le Hawaii, chiamata Great Pacific Garbage Patch, che grazie alle correnti si è trasformata in una discarica a cielo aperto di bottiglie di plastica, giocattoli, oggetti quotidiani, reti da pesca e detriti. Una massa di almeno 80mila tonnellate di rifiuti che è 16 volte più grande di quello che si pensasse e occupa un’area circa tre volte più grande della Francia.

Ma purtroppo non finisce qui.

La notizia è apparsa su tutti i quotidiani nazionali: un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e Milano-Bicocca ha trovato per la prima volta sul Ghiacciaio dei Forni nel Parco Nazionale dello Stelvio, plastica nell’ordine di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento.

Insomma l’inquinamento da plastica non conosce confini, ghiacciai, oceani e persino nel Mediterraneo, che rischia di soffocare per la presenza di frammenti che si stanno accumulando anche nelle aree protette, come nelle Isole Tremiti.

Uno scenario devastante con conseguenze anche sulla nostra salute. Infatti, secondo una ricerca dell’Università di Gand, in Belgio, chi consuma abitualmente pesce ingerisce circa 11mila frammenti di plastica ogni anno, con il rischio che questi inquinanti interferiscano con il sistema ormonale. Le microplastiche – che derivano dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi – vengono infatti ingerite dai pesci o filtrate da cozze, vongole e molluschi che le assorbono, e poi finiscono sulle nostre tavole… e nella nostra pancia!

Rifiuti di plastica su una spiaggia
Fotografia di: Andrei Ciobanu

Greenpeace afferma che sono almeno 170 gli organismi marini che ingoiano plastica per errore, perché l’olfatto li inganna e la scambiano per cibo, subendo danni come intossicazioni, lesioni intestinali fino ad arrivare alla morte.

Un esempio per tutti? Lo scorso mese un giovane capodoglio è stato trovato morto spiaggiato sulla costa di Porto Cervo in Sardegna: nella sua pancia c’erano 22 chili di plastica, fatti di piatti monouso, tubi per impianti elettrici, sacchetti per la spesa, grovigli di lenze, sacchi condominiali e persino imballaggi di detersivi con tanto di etichetta e codice a barre.

Un quadretto a dir poco pauroso.
Come correre ai ripari? Le iniziative cominciano ad arrivare, poche? Sicuramente utili! Sarà banale, ma uno dei modi più efficaci per ridurre l’inquinamento da plastica è raccoglierla e riciclarla il più possibile. Una banale bottiglia può tornare a essere materia prima, infatti dalle scaglie di pet si ricavano per esempio pile, piumini e cruscotti per la macchina.

Le soluzioni adottate nel mondo sono tante, basta partire dalle piccole cose.

San Francisco è diventata un punto di riferimento negli Stati Uniti nella lotta alla plastica, la prima città ad aver sconsigliato i sacchetti di plastica. A Sydney si promuovo le tazze da caffè riutilizzabili ormai in commercio ovunque e si scoraggia l’uso delle cannucce. La sindaca di Freetown in Sierra Leone, si sta battendo fortemente contro l’uso delle bottiglie di plastica, utilizzate in modo abnorme proprio per la scarsità di acqua potabile.

In Italia la raccolta differenziata ha fatto grandi progressi nell’ultimo decennio, ma sono le piccole iniziative a risvegliare nelle persone la voglia di compiere azioni giuste, a cambiare le proprie abitudini.

Un esempio encomiabile è quello dell’Università di Roma Tre che ha deciso di abolire le bottigliette di plastica nei locali dell’Ateneo e sta consegnando gratuitamente borracce d’acciaio ai suoi studenti. Stessa iniziativa anche all’Università Bicocca di Milano, che sta distribuendo a studenti e personale la borraccia Mynox con lo scopo di evitare gli sprechi legati all’utilizzo di bottiglie di plastica. Non ci si fa caso, ma una bottiglietta di plastica è onnipresente sui banchi degli studenti e ogni giorno ne finiscono nel cestino migliaia.

Ancora, la notizia è di ieri, è stata messo a punto un nuovo materiale che punta a sostituire la pellicola di plastica usa e getta utilizzata in cucina. Il progetto è italiano e prende il nome di Apepack e nasce dall’intuizione e dal lavoro di un team a maggioranza femminile. La nuova pellicola per alimenti è composta da cotone (ottenuto dagli scarti di lavorazione dei laboratori tessili ed è biologico certificato), olio di jojoba e cera d’api che provengono da apicoltori e aziende agricole italiane. Il risultato è un materiale innovativo, totalmente naturale, biodegradabile e riutilizzabile fino a 100 volte.

Infine, nelle grandi città come Milano stanno nascendo sempre più negozi, supermercati e punti vendita che hanno deciso di darsi una svolta green, eliminando, dove possibile, o riducendo la plastica. Così frutta, verdura, formaggi e carni sono avvolte nella carta, mentre per i detersivi per la casa o per l’igiene personale si fa la spesa “alla spina”. Basta arrivare in negozio con un contenitore – di plastica che si ha già o di vetro – e aprire il rubinetto per riempire i flaconi. Il vantaggio? Sicuramente il risparmio di plastica e il riutilizzo di quanta ne abbiamo già in casa, ma anche il sostegno a produttori locali e piccole attività attente all’ecologia.

Insomma, niente alibi e scaricabarile sulla plastica, tutti noi possiamo fare qualcosa per ridurla e per smaltirla bene. Non basta indignarsi, protestare e gridare alla Fine del mondo e poi fare poco o nulla per ridurne il consumo e lo spreco. Bisogna attivarsi in piccoli gesti quotidiani, dal dire no alle cannucce al bar, usare borracce in alluminio (ce ne sono di bellissime, tutte decorate), eliminare fin da oggi piatti, posate e bicchieri usa e getta (la Commissione Ambiente europea voterà a gennaio 2020 il testo per vietarli). Perché cambiare giorno dopo giorno le nostre piccole abitudini fa alla lunga la differenza, più che tanti paroloni e retorica green. L’obiettivo è partecipare a una battaglia vitale per il nostro futuro, per gli ecosistemi, per la salute di tutti.